Ultimo appuntamento per la rassegna “Trieste Film Festival in Tour”,
martedì 30 aprile alle ore 21.00, al cinema Ariston: la regista
Martina Melilli presenterà il suo film documentario “My home, in
Libya” (Italia, 2018, 66′), vincitore del Premio Corso Salani, che
racconta la storia di italiani fuggiti dalla Libia dopo il colpo di
stato di Gheddafi, ricostruendo memorie familiari e drammi presenti,
il colonialismo italiano di allora e la crisi attuale del
Mediterraneo.

Dal 1970 i nonni di Martina vivono in un piccolo paese vicino a
Padova. Nati in Libia negli anni ’30 sono stati espulsi da Gheddafi
nel 1970 insieme ad altri 20.000 Italiani. Confiscati tutti i beni, da
un giorno all’altro si ritrovano su alcune navi che li riportano in
Italia, un luogo che è solo più un simbolo e non un’appartenenza. Da
allora Antonio e Narcisa vivono isolati in una casetta piena di
modesti ma densi richiami: una manciata di sabbia del Sahara, rose del
deserto, piante grasse e un pappagallo di nome Marisa. Il tempo si è
fermato, ma non per Martina che vuole saperne di più. Così il nonno
disegna per lei, sulla base dei ricordi, la mappa della sua Tripoli,
distante ormai quasi mezzo secolo: corso Vittorio Emanuele, la
cattedrale, il lungo mare, la via dove avevano il loro negozio di
materiale elettrico. Intanto la Libia dei giorni nostri è nel caos più
totale e Martina non può verificare con i suoi occhi quanto il nonno
le rappresenta. La rete le viene in aiuto e riesce a stabilire un
contatto con un giovane libico che, sulla base degli schizzi del
nonno, inizia ad inviare immagini della Tripoli di oggi: i nomi delle
strade sono cambiati, molti quartieri non esistono più, le milizie
armate si dividono la città e spadroneggiano. A poco a poco il
rapporto tra Martina e Mahmoud cresce in un fitto scambio di messaggi
e immagini via internet. Da una parte una giovane che fa del
territorio europeo la sua casa, dall’altra un giovane libico che non
vede nessun futuro se non immaginandosi fuori dalla Libia. Martina si
avvicina al posto più estremo della Sicilia che si affaccia sul
Mediterraneo mentre Mahmoud fa lo stesso dal litorale di Tripoli. I
due si guardano senza vedersi, ma ormai si conoscono grazie alla rete.
Intanto il nonno affida il suo destino e quello della nipote e di
Mahmoud ad una scritta scolpita nel legno che pende da una parete:
“tutto arriva per chi sa aspettare”.