Il calendario delle attività estive del cinema Ariston prosegue nel
mese di giugno con la rassegna cinematografica “ARISTON ESTATE” e un
fitto calendario con i migliori titoli della stagione, film
restaurati, anteprime e incontri con gli autori, sul grande schermo
della sala d’essai di Viale Romolo Gessi n. 14 a Trieste gestita da La
Cappella Underground.

La rassegna “ARISTON ESTATE” propone in programma lunedì 24 giugno
alle ore 20.30 il documentario “SHELTER – ADDIO ALL’EDEN” (Shelter –
Farewll to Eden, Italia, Francia, 2019, 81’) alla presenza del regista
Enrico Masi; prodotto da Caucaso e Ligne 7 con Rai Cinema e
distribuito da Istituto Luce Cinecittà, il film mette in scena la vera
storia di Pepsi, militante transessuale, dal Mindanao nel sud delle
Filippine fino all’Italia, dalla giungla di Calais a Parigi,
raccontando l’odissea dell’accoglienza in Europa, con temi centrali
l’identità, le frontiere, il paesaggio e il corpo in transizione.
“Shelter” è uno dei documentari-caso della stagione, applaudito nei
Festival di Copenhagen, Cinema du Réel di Parigi, BFI Flare di Londra
e attualmente in tour nelle sale cinematografiche italiane.

“Shelter” è la storia di Pepsi, militante transessuale nata nel Sud
delle Filippine in un’isola di fede musulmana. Dal Mindanao alla
giungla di Calais, Pepsi rincorre il riconoscimento di un diritto
universale, vivendo l’odissea dell’accoglienza in Europa. Pepsi è un
individuo in transizione alla ricerca di un impiego stabile come
badante, dopo aver lavorato per oltre 10 anni nella Libia di Gheddafi
come infermiera, prima di essere costretta a seguire il flusso dei
rifugiati. Ha cambiato più volte nome: nel film non rivela il suo, e
decide di non mostrare il proprio volto. Il suo racconto diventa
quello di una maschera, mentre lotta per la propria identità. Pepsi ha
sostenuto il colloquio per la richiesta del diritto d’asilo a Bologna,
dove ha ottenuto un primo riconoscimento. Non è riuscita a fermarsi.
Ha proseguito per la Francia, oltrepassando il passo della morte sulle
alture di Ventimiglia, raggiungendo Parigi, dove acquisisce una nuova
identità e trova lavoro clandestinamente; e condividendo, dopo aver
esplorato foreste e montagne, la ‘giungla’ di Calais, gli spazi
interstiziali con rifugiati afghani, nigeriani, sudanesi, tra le
architetture severe della metropoli. Il suo vagare ricorda l’antico
mito d’Europa, secondo cui una giovane venne rapita e sedotta da
Giove, nelle sembianze di un toro, portandola in un’isola del
Mediterraneo da cui avrebbe dato il nome al continente.
Il film è stato prodotto fra Sardegna, Emilia, Liguria, le Alpi
Marittime e Parigi.
Nel corso di tre anni, con un totale di quasi 90 ore di girato, oltre
a materiale d’archivio e pellicole originali girate in 8 e 16mm,
“Shelter” rappresenta il capitolo finale di una trilogia, iniziata con
“The Golden Temple” (2012) e “Lepanto (2016), dedicata all’impatto dei
‘Mega Eventi’. alla resistenza e alla resilienza. Qui i temi centrali
sono l’identità, le frontiere, il paesaggio e il corpo in transizione.
Un intimo diario, nel quale il dramma personale si riflette
all’interno di paesaggi naturali e suburbani, e può farsi riflesso di
un dramma e una sfida collettivi.

Scrive Enrico Masi nelle note di regia: «Il nostro interesse per Pepsi
si è manifestato in una piazza alla periferia di Parigi.
L’impossibilità di riprendere il suo volto ci ha portato a costruire
la narrazione seguendo i modi di un’antica parabola o di un mito. Per
questo il mito d’Europa, con il rapimento e lo stupro di una giovane
avvenuto in un’isola del Mediterraneo e compiuto da Giove, nelle
sembianze di un toro bianco, ha trovato posto nel cuore della
struttura narrativa. “Shelter”, in qualità di film e quindi di oggetto
chiuso in se stesso, a sua volta corrisponde ad un rifugio, un luogo
sicuro che custodisce la storia di Pepsi, ciò che lei ha voluto
raccontare a noi, ciò che è accaduto sulla sua pelle. La strada che
percorre si insinua in un territorio internazionale indistinto, tra il
Nord Italia, le Alpi Marittime e Parigi, attraversando confini, città,
montagne e foreste, in un medioevo tecnologico che supera la divisione
tra natura e urbanità. Pepsi è cresciuta in un’isola del sud delle
Filippine, all’interno di un movimento di combattenti d’ispirazione
musulmana, da cui è fuggita, attraversando l’Asia e l’Africa per
arrivare in Europa. Il suo cammino diventa un sussulto, un’emanazione
del conflitto post-coloniale che si trasferisce, grazie alle sue
richieste di riconoscimento identitario, nella decadenza lenta e
inesorabile di un grande impero occidentale, in cui nuove culture
mondiali penetrano e si assimilano. All’interno del documentario non
vengono presentate tesi. La storia di Pepsi, narrata direttamente
dalla sua voce, diventa corpo e azione seguendo i vari territori che
ha attraversato. L’assenza del suo volto nella costruzione
drammaturgica eleva la sua voce da racconto particolare a canto
collettivo».